Chi avrebbe mai potuto immaginare che il 2020 sarebbe stato un anno così funesto.
Che fosse bisesto lo sapevamo già dall’inizio ma, ecco, immagino che saremo tutti d’accordo sul come il significato di questa parola, di questa profezia?, di questo detto popolare, abbia acquisito un significato del tutto nuovo col trascorrere dei passati ormai 10 mesi.
L’escalation di questa pandemia globale è stata incredibile. Mi ricordo ancora il capodanno 2019 (io e Nicola eravamo a Courmayeur ospiti a casa di cari amici) passato a bere, mangiare, ballare e gridare auguri fuori dal balcone nel freddo pungente della montagna Aostana. La mente annebbiata dai brindisi, la pancia che scoppiava di gorgonzola, focaccia alle patate e dio solo sa cos altro, e tanti, tanti pensieri positivi per l’anno che stava cominciando.
Devo ammettere che a livello mentale per me, il capodanno ricorre di solito a settembre, quello è certo un nuovo inizio che percepisco in maniera più profonda. Ma il capodanno, quello vero, è capodanno e se non esprimi un desiderio a mezzanotte, guardando le stelle o baciando la persona amata, insomma, che capodanno sarebbe?
Si vociferava da qualche tempo di questo terribile virus che aveva colpito la Cina ma la notizia era così lontana, relegata nei titoli di coda dei telegiornali sulle reti principali, subito prima degli approfondimenti di Luciano Onder sui malanni di stagione. Circolavano video incredibili di città da milioni e milioni di abitanti, vuote, completamente chiuse, serrate, deserte. E tutti noi, guardando queste immagini, pensavamo a quanto assurdo fosse questo argomento e, diciamoci la verità, provavamo la sensazione che si prova guardando un film apocalittico alla tv, frastornata ma distaccata.


Non è servito attendere molto per comprendere che nessun angolo del globo sarebbe uscito indenne da questo tsunami ed è finita così che appena un mese e mezzo dopo quel capodanno, colmo di soliti propositi usa e getta, ci siamo ritrovati chiusi in casa a fare i conti con la coda chilometrica al supermercato e la paura di incrociare un altro passante sul marciapiede.
Siamo rimasti a casa, abbiamo lavorato da casa, chi ha potuto ha ottimizzato l’orario riuscendo ad inserire tante altre attività dedicate alle faccende, alla famiglia o allo svago. La consapevolezza però è arrivata quasi subito. Con tutto quel tempo a disposizione, sapevamo ancora cosa farcene? Senza la possibilità di vivere immersi in un mondo di violenza multisensoriale e caratterizzato da infiniti stimoli, dove la pubblicità sta anche nel bagno del bar davanti alla tazza del cesso, eravamo ancora capaci a rallentare?
Come bambini di pochi anni di età abusati dalle luci al neon dei maledetti iPad, eravamo ancora capaci di fare qualcosa che prescindesse un video o una qualsiasi sorta di intrattenimento passivo? Sapevamo ancora inventare, inventarci, giocare, cucinare?
Dopo alcuni primi giorni di sgomento generale, il battito dei nostri cuori, il respiro nei nostri polmoni, si è sincronizzato alla calma ed al silenzio surreale che veniva da fuori le finestre delle nostre case.
Abbiamo riscoperto il vicinato, tramite i balconi, abbiamo cantato, abbiamo suonato. La solidarietà è rinata, al terzo giorno, secondo le scritture. Fuori dai supermercati si riempivano i cesti di cibo solidale a disposizione gratuita di chi versava in condizione di difficoltà. Abbiamo partecipato a raccolte fondi, per quel poco o tanto che potevamo, ma quel che più di tutto è importante è che abbiamo ridato un valore intrinseco al tempo.
Abbiamo riso tanto, e litigato tanto in una convivenza forzata e totalizzante dalla quale solitamente il lavoro ci salva un pochino. Ma ci siamo riscoperti. E stare lontani ci ha fatto apprezzare il valore dello stare vicini, che diciamoci la verità, era un bel po che davamo per scontato.
In ogni caso, vorrei che anche questa volta, il bicchiere che guardiamo fosse mezzo pieno, nonostante la situazione là fuori sia ancora di grande difficoltà e criticità.
Ma mantenere la positività e la gratitudine verso l’equilibrio che questa dura prova ci ha permesso di raggiungere, è sicuramente un ottimo modo per affrontare i futuri periodi che verranno.
Per aiutarvi in questo, di seguito vi ho messo una piccola lista di cose che il Coronavirus ed il Lockdown ci hanno insegnato. Quando siete scoraggiati leggetela e tra questi, sono certa che troverete un motivo per essere comunque grati.
- E’ sempre meglio avere una scorta di lievito in casa
- Nulla riposa di più di un weekend passato in casa a gironzolare
- Prendersi cura di se stessi è più gratificante se si ha tempo a disposizione
- Riscoprire le nostre passioni, anche se soltanto per occupare il tempo, ci fa tornare dolcemente bambini
- Essere obbligati a tagliare il superfluo ci fa riscoprire cosa è realmente importante per noi
- Anche le piccole cose, come uscire per buttare la spazzatura, possono essere una buona occasione per metterci in ghingheri
- Preparare un buon pasto o una buona pietanza, è la più alta forma del prendersi cura di qualcuno che amiamo
- La vita privata è il centro della nostra esistenza e non può essere soffocata dal lavoro
- Perdere la nozione del tempo comporta più relax che ansia
- Nonostante secoli di evoluzione, la natura rimane sempre e comunque la più grande consolazione di cui un essere umano possa godere
Se anche voi, come me, siete dell’idea che questo periodo ci abbia insegnato e ci stia insegnando tanto e volete conservare viva la memoria tenera di tutto ciò che ha caratterizzato il primo lockdown vi consiglio l’acquisto del libro ‘Stay at Home’ del bravissimo illustratore alessandrino Riccardo Guasco. Diviso in capitoli cui corrispondono le diverse settimane di lockdown affrontate da marzo a maggio scorso, Riccardo racconta tramite il disegno tutti quei momenti che abbiamo vissuto. mi ha colpito tanto, mi è sembrato di sfogliare un album di fotografie ricordo.

Clicca qui per il link diretto all’acquisto sul sito della casa Editrice. Un ottimo modo per tenersi questi controversi e difficili ricordi a portata di cuore.

